DEFINIZIONE E TIPOLOGIA DI SERIAL KILLER

da | Ago 9, 2023 | Serial killer

Quella del serial killer è una figura di assassino che si distingue per via delle pratiche singolari di omicidio. In particolare, si parla di omicidio seriale e non di omicidio di massa dal momento che in quest’ultimo caso di definisce, generalmente, l’uccisione di più persone in un singolo episodio, al quale segue, sovente, il suicidio dell’esecutore dell’omicidio.

Prima che l’espressione “serial killer” entrasse nel linguaggio tecnico e comune per definire questo peculiare tipo di omicida, il primo a parlare di “uccisione per libidine” fu lo psichiatra Richard von Krafft-Ebing nella sua opera, Psychopatia Sexualis, del 1886, che definì le ragioni della pratica di uccisione come derivata dalla ricerca del piacere sessuale. A tale proposito, successivamente, James Reinhardt, criminologo, nella sua opera Sex Perversion and Sex Crimes del 1957, trasse la definizione di chain killer, per identificare l’assassino che, allo scopo del piacere, praticava una serie di omicidi, una “catena”, per l’appunto.

Per lungo tempo venne utilizzata l’espressione generica di serial murderer, fino a quando Rober Ressler, agente speciale dell’FBI, non diede vita all’attuale termine serial killer. L’FBI in particolare coniò una definizione più chiara di tale soggetto omicida, in virtù anche della presenza preponderante di tali omicidi nel proprio paese:

«[…] uccide tre o più vittime in luoghi diversi e con un periodo di intervallo emotivo fra un omicidio e un altro; in ciascun evento delittuoso, il soggetto può uccidere più di una vittima; può colpire a caso o scegliere accuratamente la vittima; spesso, ritiene di essere invincibile e che non verrà mai catturato.»

Il lavoro dell’FBI divenne sistematico nel tentativo di dare una classificazione chiara dei serial killer, a partire da materiale che venne tratto direttamente dalle interviste di tali tipologie di assassini detenuti nelle diverse carceri americane. Il compito venne affidato al Dipartimento delle Scienze Comportamentali in Virginia, a Quantico, precisamente agli agenti Robert Ressler (sopra citato) e John Douglas, che si occuparono di intervistare trentasei criminali sessuali, al fine di trarre informazioni utili a comprendere il loro modus operandi. Dallo studio furono derivate tre differenti categorie di “assassini multipli”:

  • Mass Murderer (ovvero “l’assassino di massa”) che può uccidere dalle quattro vittime in su in un unico evento. Generalmente non conosce le vittime e la scelta è dettata dal puro caso;
  • Spree Killer (ovvero “l’assassino compulsivo”) che può uccidere due o più vittime di cui non ha conoscenza, in luoghi diversi e in un lasso di tempo breve. Gli omicidi sembrano legati da una medesima causa scatenante e la tendenza del soggetto a non occultare le proprie tracce lo rende facilmente catturabile;
  • Serial killer (ovvero “l’assassino seriale”) che può uccidere tre o più vittime anche in uno stesso evento, scegliendo la vittima in maniera sistematica o agendo casualmente, e agendo l’omicidio secondo dei periodi di intervallo, ovvero cooling-off time.

La classificazione suddetta presentava, tuttavia, una serie di criticità, come per esempio il fatto di non aver rispettato il criterio di casualità nella raccolta dati, andando a scegliere la categoria specifica degli omicidi sessuali e il fatto di aver determinato i risultati in basi alle interviste di solo trentasei detenuti. Per altro il criterio delle “tre vittime o più” necessario a classificare il serial killer, venne smentito dal fatto che anche al secondo omicidio era possibile riscontrare nel soggetto le caratteristiche equiparabili a quelle del serial killer.

Classificazioni pionieristiche

Tali criticità ravvivarono l’interesse di altri studiosi che tentarono di apportare specifiche più chiare alla figura del serial killer, come Steven Egger (nel 1984), Park Dietz e Richard Rappaport (nel 1986 e 1988) e Michael Newton (tra il 1990 e il 1993). Lo studio pionieristico del Dipartimento di Quantico, comunque, proseguì, sempre grazie al lavoro degli agenti speciali Robert Ressler e John Douglas, insieme alla preziosa collaborazione con la dottoressa Ann Burgess e quel che ne derivò fu una distinzione ulteriore tra il comportamento organizzato e disorganizzato del serial killer:

  • Organized Serial Killer (ovvero “assassino seriale organizzato”) che pianifica l’omicidio nel dettaglio, scegliendo la vittima con la quale crede di avere un legame simbolico. Il suo atteggiamento è premeditato e comprende anche la copertura delle tracce, sovente con spostamento del cadavere;
  • Disorganized Serial Killer (ovvero “assassino seriale disorganizzato”) che uccide le proprie vittime secondo una scelta casuale e non studia un metodo preciso d’azione. Il suo atteggiamento è impulsivo, ragion per cui anche la scelta dell’arma non è premeditata e spesso il cadavere viene abbandonato sulla scena senza tentativi di occultamento.

Gli agenti dell’FBI misero anche in evidenza la sostanziale differenza di quoziente intellettivo tra i due tipi di serial killer, laddove quello organizzato manifesta una capacità spiccata di pianificazione, è per altro un individuo socialmente integrato e competente, che non presenta evidenti patologie mentali, contro l’omicida disorganizzato, impulsivo, non socialmente integrato e spesso legato ad un passato di violenze e abusi famigliari. La classificazione di Robert Ressler e John Douglas si stabilisce come base fondante dell’attuale criminal profiling.

Classificazioni più complete

Una definizione indubbiamente più completa (derivata da studi più ampi sui serial killer) è quella elaborata da Ruben De Luca, considerato uno dei massimi esperti europei in materia:

«L’assassino seriale è un soggetto che mette in atto personalmente due o più azioni omicidiarie separate tra loro oppure esercita un qualche tipo di influenza psicologica affinché altre persone commettano azioni omicidiarie al suo posto. Per parlare di assassino seriale è necessario che il soggetto mostri una chiara volontà di uccidere, anche se poi gli omicidi non si compiono e le vittime sopravvivono: l’elemento centrale è la ripetitività dell’azione omicidiaria. L’intervallo che separa le azioni omicidiarie può andare da qualche ora a interi anni e le vittime coinvolte in ogni singolo episodio possono essere più di una. L’assassino seriale agisce preferibilmente da solo, ma può agire anche in coppia o come membro di un gruppo. Le motivazioni sono varie, ma c’è sempre una componente psicologica interna al soggetto che lo spinge al comportamento omicidiario ripetitivo. In alcuni casi, vanno considerati assassini seriali anche i soggetti che uccidono nell’ambito della criminalità organizzata, i terroristi e i soldati.»

In tal senso vengono inclusi nella categoria del serial killer un numero molto più ampio e sfaccettato di individui, per metodo e natura, includendo altresì la sottomissione psicologica praticata da certi nei confronti di soggetti che vengono indotti all’omicidio. Tale classificazione fonda le sue basi in quella meno recente (del 1988) dello psicologo americano Joel Norris, che divise l’attività dell’assassino in sette, distinte fasi:

  • La fase aurorale, che prevede la modificazione del comportamento e delle sensazioni, per cui il potenziale serial killer vive una serie di sensazioni potenziate (ad esempio, odori più intensi, colori più vividi), accompagnate da un atteggiamento di ritiro sociale, insieme con una fantasticazione compulsiva in cui si presenta la necessità di visualizzare il rituale dell’omicidio. Tale fase può durare mesi, anni, o persino pochi istanti e si presenta come uno stato allucinatorio di modificazione dell’individuo, in cui la fantasia predominante dell’omicidio comincia a plasmare la psiche dello stesso;
  • La fase di puntamento, che si caratterizza per il bisogno compulsivo di ricerca e cattura della vittima, in cui l’attenzione dell’assassino è attiva e concentrata alla realizzazione dello scopo;
  • La fase di seduzione, che consta nell’agire dell’assassino in funzione del conquistare la fiducia della propria vittima; 
  • La fase della cattura, laddove la cattura della vittima si configura come un’azione improvvisa oppure graduale e studiata;
  • La fase dell’omicidio, in cui il serial killer mette in pratica le proprie fantasie per affermare la propria potenza, il controllo. A tale proposito, è possibile che l’assassino riviva esperienze traumatiche del suo passato, immaginandosi nel ruolo del carnefice, piuttosto che della vittima, per rivalersi sui propri traumi e uscirne, dunque, vittorioso;
  • La fase totemica, immediatamente successiva all’omicidio, consiste nel rivivere da parte dell’assassino l’omicidio commesso grazie all’utilizzo di feticci e ricordi, e può comprendere anche pratiche come la necrofilia e il cannibalismo. Tale fase lo appaga completamente, soddisfacendo il suo desiderio di potenza: in questa fase il serial killer non ha l’esigenza di uccidere ancora, in quanto continua a vivere l’omicidio compiuto nella sua mente;
  • La fase depressiva, è l’ultima fase, in cui il ricordo dell’omicidio precedente si è ormai esaurito e l’assassino comprende di non aver modificato la propria condizione, in quanto non si sente più realizzato e potente, ma viene piuttosto investito da tutti i pensieri, le voci, i ricordi e le sensazioni che lo hanno condotto a ricercare l’affermazione nell’omicidio. Tale fase ha durata variabile, da pochi giorni ad alcuni anni, in cui il malessere dell’assassino è mascherato da una facciata di normalità, fin quando di nuovo subentrerà la fase aurorale che darà inizio ad un nuovo ciclo e nuovi omicidi.

La classificazione dei serial killer è un lavoro che negli anni ha impegnato numerose figure professionali, senza giungere ad una conclusione univoca, dal momento che ogni serial killer presenta motivazioni, piuttosto che caratteristiche del tutto peculiari.

Interessante è l’interpretazione che è stata data alla motivazione del serial killer a partire dagli anni Novanta, in cui spicca il lavoro degli autori Colin Wilson e Donald Seaman che, traendo le proprie osservazioni a partire dalle teorie motivazionali dello psicologo Abraham Maslow, formulano il costrutto della teoria dei bisogni progressivi, che parte dall’assunto che gli uomini agiscono in funzione della soddisfazione di determinati bisogni, compresi gli assassini. Tali bisogni, secondo gli autori, si sarebbero evoluti nel corso delle epoche e con essi anche le motivazioni connesse agli omicidi. Per cui se inizialmente l’omicidio era derivato dal bisogno di sopravvivenza, in seguito, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, il bisogno aveva portato alla nascita dell’omicidio a sfondo sessuale e, infine, all’omicidio seriale, derivato dalla ricerca di autostima. Gli autori interpretano la figura del serial killer come quella di un individuo fortemente insicuro e caratterizzato da una mancata struttura identitaria, che normalmente deriva dalle sensazioni derivate dalla società. In tal senso, il bisogno di potenza, di controllo sulla vittima, agisce come motore dell’omicidio, nell’ottica del superamento del proprio disagio esistenziale: il serial killer uccidendo sfida la società nella quale non sente di essere integrato e dalla quale non riceve gratifiche.

Tale approccio costituisce un’evoluzione nello studio del serial killer che non viene più inserito strettamente all’interno di categorie predefinite ma che, piuttosto, viene analizzato nelle sfaccettature della propria personalità, tenendo da conto elementi quali l’infanzia e il vissuto come motori della motivazione all’omicidio. I fattori che entrano in gioco nella costruzione della personalità dell’omicida seriali, infatti, sono difficilmente classificabile in maniera deterministica, ma richiedono un approccio multifattoriale in funzione della moltitudine degli aspetti che ne caratterizzano la personalità e il modus operandi.

Sviluppo dei mezzi di classificazione del serial killer e la vittima prescelta
Nel 2005 Ruben De Luca e Vincenzo Maria Mastronardi hanno introdotto una nuova classificazione, che tiene da conto del criterio discriminatorio della scelta delle vittima, identificando dieci tipologie di serial killer a partire da due macrocategorie, ovvero quella dell’assassino seriale classico e quella dell’assassino seriale atipico: nella prima categoria rientra quel genere di killer che uccidere per soddisfare il proprio piacere (un bisogno interno, veicolato dalla propria natura e dalla propria esperienza personale) e, in tal senso, necessita di un certo grado di contatto con la vittima e tramite feticci rivive il ricordo dell’omicidio compiuto; nella seconda categoria è possibile includere l’omicidio