PSICOLOGIA DELL’OMICIDIO SERIALE: L’EVOLUZIONE DEL SERIAL KILLER

da | Lug 21, 2023 | Serial killer

La trasformazione dell’individuo in serial killer non è un processo che si verifica a seguito di una singola causa ma piuttosto è un derivato di una serie di fattori che contribuiscono, insieme, alla formazione della personalità omicidiaria.

Interessante lo studio di Ruben De Luca del 2001 su un campione di 1520 serial killer, revisionato, poi, nel 2005 su un nuovo campione di 2230 serial killer dal quale lo studioso ha tratto il Modello SIR (SIR è l’acronimo di “socio-ambientale, individuale, relazionale”), ovvero un modello utile a definire il comportamento omicidiario. Il criterio su cui si basa è quello della combinazione di fattori socio-ambientali, individuali e relazionali, di cui viene anche considerata l’intensità dei sotto-fattori, per cui le caratteristiche innate dell’individuo vengono considerate nel loro contesto d’azione. Lo studio di tali fattori ha permesso di creare una sorta di mappa della personalità del serial killer.

Nello specifico, il fattore socio-ambientale (analizzato insieme ai suoi sotto-fattori) ha messo in evidenza come il serial killer nella maggior parte dei casi cresca in un ambiente famigliare che non gli permette uno sviluppo corretto della personalità e dell’empatia, per cui l’abuso, l’abbandono e la deprivazione affettiva sono elementi di una certa costanza. Un’infanzia difficile porta ad un’adolescenza caratterizzata dal mancato inserimento sociale e, nell’età adulta, al possedere pochi amici e un lavoro non particolarmente gratificante. Il serial killer mantiene una sorta di “maschera di normalità”, per cui potrebbe essere sposato, con un lavoro e persino con dei figli, ma si tratta di un inserimento apparente e superficiale che nasconde invece le profonde angosce interiori del soggetto. Elementi predisponenti, facilitanti o scatenanti sono sempre presenti nella vita del serial killer e ciascun individuo ne presenta di peculiari.

Per quanto, dunque, non sia possibile determinarne con chiarezza la natura, che è molto variabile, essi sono connotati da una forte carica emotiva per il serial killer, nonostante per una qualsiasi altra persona possano sembrare fatti irrilevanti o innocui, e i più comuni sono un lutto improvviso, la presenza di un tipo di vittima facilmente avvicinabile e il poter avere facile accesso ad un’arma. Importante è anche quello che si potrebbe dire l’esempio dato dai genitori e dal contesto, dal momento che non di rado nel passato del serial killer l’ambiente stesso è caratterizzato da piccola criminalità e il sistema di ricompense e punizioni.
L’omicidio seriale, infatti, è un crescendo, per cui il serial killer, inizialmente, commette reati minori: nel caso in cui il soggetto non venga punito per il fatto o scoperto, è più probabile che reiteri il comportamento criminoso, spingendosi ogni volta ad esperienze di maggiore intensità emotiva.

Insieme al fattore socio-ambientale, il fattore individuale rappresenta uno snodo fondamentale, dal momento che esperienze di abusi o infanzie difficili non generano come conseguenza necessaria la nascita del serial killer.
L’omicida seriale è connotato, generalmente, da forti fantasie che determinano la loro vita immaginativa, orientate sul controllo e la distruzione degli altri. Tali fantasie sono alimentate da pulsioni sessuali, spesso perverse, che fungono sovente da motivazioni per gli omicidi e la scelta delle vittime: il serial killer uccide in un determinato modo, determinate persone al fine di soddisfare i propri bisogni. Il serial killer tende anche ad una personalità disgregata, incapace di elaborare i traumi, per cui mette in atto risposte distruttive, elaborando il trauma negativamente, essendo incapace di mettere in atto risposte adattive.

Il fattore relazionale è il terzo che va a completare il Metodo SIR e mette in evidenza come il serial killer, generalmente, sia incapace di costruire relazioni significative, in quanto privo di empatia. Il fattore relazionale individua non solo il modo in cui il serial killer si rapporta con altri soggetti ma, viceversa, che genere di risposte gli vengono restituite dall’ambiente che lo circonda: umiliazioni da parte dei genitori o di una donna possono essere causa della scelta di uccidere determinate vittime, al fine di sanare l’offesa e uccidere simbolicamente la causa della propria umiliazione. Nel fattore relazionale rientra anche la modalità di apprendimento della violenza come sotto-fattore, dal momento che tali meccanismi non sono innati ma vengono appresi.
Il Modello SIR utilizza come base il CCM, ovvero il Crime Classification Manual creato dall’FBI nel 1992, nato nel tentativo di standardizzare i crimini violenti (paragonabile all’elenco numerato presente nel DSM, il Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali). Tale categorizzazione non mette in evidenza come, tuttavia, i serial killer, a prescindere dalla loro storia di vita e dalle motivazioni superficiali siano tutti legati dalla stessa ricerca di onnipotenza, esercitata attraverso il controllo sulle vittime e il potere del togliere la vita con l’omicidio.
È necessario, altresì, considerare che a seguito degli studi condotti sui serial killer è emerso il fatto che solo un quarto di questi fosse affetto da una qualche forma di psicosi, mentre il restante apparisse perfettamente “sano”. Si è generata, così, l’esigenza di inserire tali soggetti nella categoria della psicopatia, ovvero del Disturbo Antisociale di Personalità che tuttavia non chiarisce in maniera definitiva la struttura psicologica del serial killer ma piuttosto lo inquadra all’interno di un ambito di elementi che aiutano a definirlo, quali:

• la mancanza di empatia, la povertà affettiva e il disinteresse nei confronti delle persone e delle norme sociali;
• assenza di moralità e rimorso;
• impulsività espressa attraverso aggressività;
• ricerca di emozioni attraverso comportamenti illeciti e pericolosi;
• bisogno di imporre il potere attraverso l’abuso, la manipolazione e la menzogna.

L’individuo psicopatico viene ben descritto dallo studioso Robert Hare come un “predatore intraspecie”, incapace di provare rimorso, dotato di freddezza e senza morale, votato alla ricerca della propria soddisfazione egoistica.
Sono state sollevate negli anni ragione di carattere biologico alla natura del serial killer, prospettiva questa progressivamente sostituita dalla necessità di mettere in connessione di diversi fattori: non è possibile ricondurre ad un singolo e certo evento la nascita del serial killer, ma è piuttosto necessario utilizzare gli strumenti di conoscenza di cui si è impossesso per indagare sulla sua storia di vita, sul contesto e le relazioni, oltre che sul temperamento dell’individuo pluriomicida. La combinazione di più elementi, infatti, contribuisce e si concatena a supportare la formazione dell’omicida seriale.

(1 – continua)