LE ORIGINI ITALIANE DI W. SHAKESPEARE

da | Giu 27, 2023 | Misteri e delitti irrisolti

Le dispute sulla vera identità del Bardo vanno avanti da più di due secoli. La sua vita è avvolta nel mistero e sin dalla fine del ‘700 sono in molti ad avanzare ipotesi su chi fosse veramente il grande drammaturgo inglese. Una delle più affascinanti e concrete porta in Italia e ha il nome di Michelangelo Florio.

Nel 1927 un giornalista romano, Santi Paladino, pubblicò un articolo sul quotidiano “L’Impero” dal titolo Il grande tragico Shakespeare sarebbe italiano, affermando che il “bardo di Stratford” sarebbe stato, nella realtà, il siciliano Michelangelo Florio.
La teoria Crollalanza sostiene, infatti, che Michelangelo Florio, il padre del più famoso John, fosse di origini siciliane, e che la moglie si chiamasse Guglielmina Crollalanza (shake + speare = scuoti lancia); entrambi scappati in Inghilterra per sfuggire alla Santa Inquisizione, perché assertori del calvinismo.

Sembra che il piccolo Michelangelo, cioè il futuro William, si rivelò sin dall’inizio un bambino prodigio, dotato di grande genialità e appassionato della lettura. A 16 anni conseguì il Diploma del Gimnasium in latino, greco e storia e, giovanissimo, scrisse una commedia in dialetto dal titolo Tantu trafficu ppi nenti, (Tanto rumore per nulla).
Michelangelo studiò a Venezia, Padova e Mantova; viaggiò molto in Danimarca, Grecia, Spagna e Austria e, nel 1588, raggiungerà l’Inghilterra. A Stratford la signora Crollalanza aveva un cugino che aveva già mutato il proprio cognome e che aveva avuto un figlio di nome William, morto prematuramente. Secondo questa teoria, Michelangelo prese il nome proprio da questo cugino… ed ecco a noi: William Shakespeare.

Le ricerche esposte nel sito www.shakespeareandflorio.net, prodotte in larga misura dall’Istituto Studi Floriani i cui soci fondatori sono Corrado Panzieri e Saul Gerevini, vertono sul fatto che John Florio e l’attore di Stratford William Shaksper abbiano lavorato insieme nel produrre e nel rappresentare le opere a marchio “William Shakespeare”. Noi abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Saul.

Saul, cos’è esattamente “Shakespeare e Florio”?
Possiamo dire che Shakespeare e Florio sono le persone più importanti di una collaborazione, tra diverse persone, che lavoravano nell’ambito del teatro a Londra tra il 1500 e il 1600. La coppia essenziale, di questa collaborazione, è formata infatti da un grande letterato, John Florio, e l’attore ed impresario teatrale di Stratford “William Shaksper” (Shaksper, come troviamo scritto in una delle sue poche firme). La loro collaborazione, ognuno di loro nei loro specifici ambiti, ha permesso la nascita delle opere di Shakespeare, che, va aggiunto, senza Florio in ogni caso non sarebbero mai esistite, a livello letterario, mentre senza Shaksper, forse, non ci sarebbero stati i soldi per farle rappresentare. Quindi tutti e due, Florio e Shaksper, erano essenziali.
A questo proposito, per entrare meglio in questa vicenda, a mio avviso molto affascinante, vi invito a guardare due link a due video che spiegano in modo semplice questa interazione, tra l’attore Shaksper, che appare essere un semianalfabeta, e il grande letterato John Florio che è certificato fosse uno degli uomini più colti di quel periodo a Londra.
Il primo video, è stato fatto da Stefano Reali, con cui ho collaborato proprio su Florio e Shakespeare:
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid023S3W7Zw56Ba6xCx4THokq4jV96owTK8krhV4aLtrNNh9Tdz8uxH6p5JyZbsiBAWWl&id=1394543566
Il secondo è un video che ho fatto per la presentazione del libro di Mojmir Jezek su Florio e Shakespeare:
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid0Vwca69kD33vyJqJaZD1YeKaRzRxt7EwQMQCmcS2Ev1swULVhUsivtwF2qCDuQtssl&id=1394543566
In questi due video c’è la sintesi (estrema) di chi sia, o meglio di cosa sia Shakespeare e di chi sia Florio.
Infatti, è da tempo, e cioè fino dal 1589, ed esattamente nel Menaphon, scritto da Robert Green, che troviamo un suo giovane accolito, Thomas Nashe, che proprio nell’introduzione del Menaphon fa una descrizione precisa di un “corvo” con il “cuore di tigre”, del “Johannes Factotum”, di cui parlerà anche Robert Greene nel suo famoso Groatsworth, pubblicato nel 1592.
Tutto quello che troviamo nel Menaphon, di cui il Groatsworth è il sequel, per quanto riguarda l’identità di Shakespeare, rappresenta con estrema precisione il letterato John Florio, che appunto non mancherà di rispondere, a tono e puntualmente, ai molti attacchi di Nashe, visto che Greene muore nel 1592, mentre Nashe muore nel 1599.
Quindi Shakespeare e Florio, a livello letterario, sono la stessa identità, la stessa persona, per quanto riguarda la produzione letteraria delle opere, mentre l’attore e impresario Shaksper è l’anima finanziaria del gruppo e anche il “volto” che permette a Florio di scrivere indisturbato. Infatti c’era a quel tempo, a Londra, chi voleva Florio morto per ciò che scriveva. Questa è una delle ragioni per cui Florio scrisse quella sua famosa accusa, contro i suoi nemici: ‘’Hanno un coltello puntato alla mia gola pronti ad usarlo” in un suo testo.
Infatti l’invidia nei suoi confronti era massima da parte dei suoi nemici, che erano tanti: d’altronde come i suoi amici, che anche loro erano tanti e potenti. Uno di questi era il Conte di Leicester, Robert Dudley, di cui la Regina Elisabetta era innamorata, quel Robert Dudley che aveva una compagnia teatrale, i ‘’Leicester’s Men’’, con cui Florio fin da giovane collaborò e che successivamente al 1592 diventò la compagnia di ‘’Shakespeare’’.
Questa collaborazione di Florio con i ‘’Leicester’s Men’’ è dimostrata dalle dediche che famosi attori di questa compagnia teatrale scrissero in suo favore. Uno di questi famosissimi attori era proprio Richard Tarlon, il favorito della regina Elisabetta, che nell’Amleto di Shakespeare compare solo come un caro ricordo nelle parole di Amleto, infatti in questo contesto Tarlon è rievocato nel personaggio di Yoric, sulle cui spalle, il principe maliconico più famoso di sempre, dice di essere stato ‘’migliaia di volte’’.
Tutto questo non è fantasia: Tarlton dedicò versi in favore di Florio nei suoi Primi Frutti pubblicati nel 1578, e non è stato l’unico, anche Robert Wilson, che faceva parte della compagnia dei Leicester’s men, insieme a Tarlton, dedicò versi in onore di Florio sempre nei suoi Primi Frutti. Possiamo capire da queste cose quale esperienza si fece John Florio riguardo al teatro.
Tarlton, però, morì prima che Shaksper arrivasse a Londra, quindi Shaksper e Tarlton non si incontrarono mai. Visto che Florio e Tarlton si conoscevano fin dal 1570, e Tarlton prese Florio sotto le sue ali protettive, dedicandogli anche versi elogiativi, chi è il più probabile alterego di Amleto: Florio o Shaksper? Sicuramente chi stette migliaia di volte sulle spalle di Yoric e anche qui emerge una fatidica domanda: ‘’Stiamo parlando di Shaksper o Florio?’’. Questo in estrema sintesi, ma possiamo approfondire il tutto fino ad arrivare ai minimi termini.

Ci può parlare del suo progetto di Shakespeare in Tour?
Certamente sì. Shakespeare in Tour, al momento attivo solo a Firenze, è a mio avviso una maniera interessante di presentare chi era Shakespeare, in relazione all’Italia. Certo, sappiamo che Shakespeare amava l’Italia, ma da parte di molti accademici sussiste il fatto di presentare Shakespeare come un autore che, sì, conosceva l’Italia, ma solo perché ha letto libri sulla nostra nazione, e soprattutto qualcuno gli ha raccontato molto sull’Italia. Però, chi partecipa al tour fiorentino che proponiamo, basato sull’opera “Tutto è bene”, rimane sorpreso dal fatto che il testo scespiriano diventa una cartina geografica dove ciò che scrive Shakespeare è certamente fantasia ma anche la pura realtà di una Firenze che è come l’avrebbe vista un viaggiatore di quel tempo, e non solo, perché anche i vari contesti trattati nell’opera sono perfettamente aderenti alla Firenze di quel tempo.
Quindi, molti “esperti” sostengono che per Shakespeare l’Italia era un luogo “fantastico ed irreale”, ma nei suoi scritti, basati su luoghi italiani, compare molta più “realtà” che fantasia.
A conferma di ciò che scrivo basta che gli increduli comprino il bel libro di Richard Paul Roe, su Shakespeare e l’Italia, Shakespeare’s Guide to Italy, per rendersi conto che la fantasia negli scritti di Shakespeare sull’Italia è sicuramente riscontrabile, ma anche profondamente “impastata” con tantissima solida e dimostrabile realtà. E tutto ciò che scrive non sembra il racconto di “qualcuno a cui è stato raccontato dell’Italia”, ma sembra invece il racconto di qualcuno che c’è stato e sa di cosa parla quando si riferisce all’Italia. Tutto questo ha una spiegazione che implica di nuovo John Florio, o meglio suo padre.
Quindi questo “viaggio scespiriano” a Firenze, ha lo scopo di far vedere quanto l’Italia fosse profondamente nell’animo e nella mente di Shakespeare, non perché ‘’Shaksper’’ la sognava o ascoltata i racconti dei viaggiatori nelle taverne, ma perché lui, cioè Florio in questo caso, in qualche modo in Italia c’era stato, visto che suo padre conosceva in lungo e in largo l’Italia.
Sicuramente, nelle lunghe giornate invernali passate a Soglio, nelle alpi svizzere, Michelangelo Florio, padre di John, parlò abbondantemente a John dell’Italia. Il resto lo fece John, studiando profondamente la letteratura e in generale tutta la cultura italiana di quel tempo, al punto da diventare un esperto indiscusso su ciò che riguardava l’Italia. Questo è ciò che emerge da questi viaggi Scespiriani che stiamo organizzando e facendo nei posti in cui Shakespeare ambientò le sue opere.
Questo è tanto più vero se qualcuno andasse a Soglio, in Val Bregaglia, dove su mio suggerimento è stata messe una targhetta davanti alle alpi, che stanno davanti a Soglio. In questa targhetta ho fatto scrivere il sonetto 33 di Shakespeare, che diventa un esatto commento di ciò che vediamo davanti a noi osservando le alpi:

Full many a glorious morning have I seen
Flatter the mountain tops with sovereign eye,
Kissing with golden face the meadows green,
Gilding pale streams with heavenly alchemy;
Anon permit the basest clouds to ride
With ugly rack on his celestial face,
And from the forlorn world his visage hide,
Stealing unseen to west with this disgrace:
Even so my sun one early morn did shine,
With all triumphant splendour on my brow;
But out! alack! he was but one hour mine,
The region cloud hath mask’d him from me now.
Yet him for this my love no whit disdaineth
Suns of the world may stain when heaven’s sun staineth.

Non ci sono ‘’Mountain tops in Inghilterra’’, invece ciò che è descritto in questo sonetto è ciò che vediamo a Soglio, nelle alpi svizzere, osservando il sole muoversi lungo l’arco delle alpi a Soglio, cioè dove John Florio è stato per anni. La stessa cosa succede, più o meno, con quello di cui Shakespeare ha scritto riguardo all’Italia in genere.

Perché portare ancora in scena Shakespeare oggi, e in che modo renderlo “attuale”?
È una domanda importante, soprattutto perché su Shakespeare si è detto tutto e di più, ma questo “tutto”, detto da tanti, non è ancora soddisfacente, dato che indaghiamo ancora i testi di questo grandissimo personaggio, in cerca di risposte, che come per miracolo continuano ad emergere, anche se ogni tanto sono risposte ‘’sibilline’’.
Quindi, Shakespeare ha ancora tanto da dire, soprattutto se, cambiando punto di vista, per esempio su chi ha scritto questi testi, magari scegliendo John Florio come autore, e non Shaksper, o altri improbabili candidati, come Bacon o Marlowe, potremmo avere una prospettiva tale da capire meglio le opere a marchio Shakespeare, come non è possibile se le continuiamo ad attribuirle alle persone sbagliate.
Per quanto riguarda Shaksper, come autore, sarebbe come se cercassimo di capire le teorie e la visione della fisica di Einstein continuando ad attribuire le sue opere ad un individuo che ha fatto appena la seconda elementare e faticosamente riesce a fare solo la somma di 2 più 2 e magari anche sbagliando il risultato. Questa è la distanza tra Shaksper, lo scolaro elementare e Shakespeare, alias John Florio.
A questo punto faccio un esempio, per chiarire meglio. In Misura per misura troviamo un termine strano, cioè “Enskied”, per cui gli addetti ai lavori si sono scervellati per interpretare il fatto che Shaksper abbia potuto coniare questa parola.
Il fatto di interpretarla correttamente spaventa gli Inglesi, soprattutto gli studiosi di estrazione “Stratfordiana”, cioè quelli che sostengono l’attore di Stratford come l’autore delle opere di Shakespeare. Perché dovrebbero spaventarsi?
Perché dovremmo ammettere “platealmente” che Shaksper, l’impresario di Stratford, le cui figlie erano al limite dell’analfabetismo, conosceva Dante al punto da poter leggere la sua Divina Commedia e trasformare in inglese termini italiani come appunto “Incelata”, parola coniata da Dante, che Shakespeare trasforma in “Enskied”, riprendendo il termine in modo tale da rappresentare anche esattamente il contesto con cui viene usato sia in Misura per misura di Shakespeare così come nella Divina Commedia.

Come cambierebbe l’approccio critico all’analisi dei testi di Shakespeare se le sue opere fossero “riviste” attraverso la mente di Florio, la cui figlia tra l’altro era di una cultura notevole, diversamente dalle figlie di Shaksper?
Questo fatto sembra insignificante ma non è vero, un uomo di cultura non lascerebbe nell’ignoranza i suoi figli, come ha fatto Shaksper. L’approccio cambierebbe di molto. Infatti, in questo caso, Elena, che trama, giustamente, per conquistare il suo amore, Beltram, partito per combattere nelle armate di Cosimo contro Siena, in “All’s well”, diventerebbe l’emblema di una donna moderna, giustamente spregiudicata, perché cosciente di ciò che vuole e soprattutto cosciente di poterlo ottenere.
Quindi potrebbe essere vista, forzando un po’ la mano, come una proto-femminista che non solo rivendica ciò che è giusto abbia, o vuole, ma che si muove anche, capace e sicura, per ottenere ciò che vuole dalla vita e tra l’altro riuscendoci pure. Questo punto di vista può aprire un interessante ventaglio di riflessioni.
Così come potrebbero nascere interessanti riflessioni se considerassimo con attenzione l’uccisione di Desdemona, nell’Otello, cioè uno dei tanti ‘’femminicidi’’ di allora, di cui spesso anche oggi giorno, nella nostra evoluta società, sentiamo parlare. Vogliamo uno Shakespeare più attuale di così?
Detto tutto questo, sinteticamente, come cambierebbe il modo di concepire Shakespeare, le sue parole e il suo modo di scrivere, se a queste dimensioni letterarie potessimo dare il “giusto significato”, spostando l’attenzione su chi effettivamente può aver scritto queste opere. Per cui merita portarlo ancora in scena, il vecchio Shakespeare, ovvio cambiando l’angolo interpretativo di chi ha scritto le opere, così da rendere Shakespeare attualissimo, al punto da poter capire molto meglio anche la famosa espressione di Amleto “Potrei essere chiuso nel gheriglio di una noce e considerarmi il re dello spazio infinito, se non avessi brutti pensieri”, sapendo che Florio e Giordano Bruno, che è stato a Londra per un po’ di tempo, erano grandi amici: quindi ancora Florio in una posizione molto significativa per dare un significato concreto alle parole di Amleto.
Quante riflessioni potremmo ancora elaborare, se osassimo fare questo “salto quantico”, perché rimanere legati all’uomo di Stratford, cioè Shaksper, come autore delle opere del Bardo, significa continuate a tenere il bavaglio alle opere e alle parole di Shakespeare, senza poter entrare nei significati più profondi delle parole che usa, visto che tra Shaksper e la conoscenza del significato delle parole che Shakespeare usa c’è una distanza abissale.
Per cui, continueremo a sentire i critici dire e scrivere: ‘’Come è strano che Shakespeare abbia detto x in questa frase’’; ‘’Curioso che Shakespeare abbia creato questa situazione in questo brano’’, senza per altro poter trovare soluzioni adeguate.
Per cui, continueremo a pronunciare quasi meccanicamente frasi tipo ‘’Essere o non essere’’, senza capirne a pieno il significato, a meno che non ci facciamo aiutare da Giordano Bruno, che sembra essere, insieme a Tycho Brahe, e il suo pensare al sole come ad un pianeta, un punto di sicuro riferimento per Amleto.
Però, anche qui, non emerge Shaksper, ma Florio. Quindi rendere attuale Shakespeare significa rimettere John Florio al suo posto, cioè ‘’rimetterlo’’ al posto di Shakespeare, dove per altro è sempre stato secondo Thomas Nashe.