IL CASO ED GEIN: IL SERIAL KILLER NELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO

da | Giu 24, 2023 | Serial killer

Si cerca sempre una genesi nel male, perché gli uomini hanno bisogno di capire quale sia il principio, se esista una causa, se, in qualche modo, come un morbo abominevole, possa essere contagioso.

La storia di Edward Theodore Gein (1906-1984), il macellaio di Plainfield, è una di quelle parentesi nella storia del mondo che mette in dubbio ogni convinzione. Siamo nei primi del Novecento quando Ed nasce in una famiglia che conta un padre alcolizzato, una madre severa e bigotta e un fratello maggiore, Henry, con il quale condivide serate in cui la mamma legge passi dell’Antico Testamento, spiegando ai suoi figli che il male è donna (esclusa lei, chiaramente) e che deve essere sconfitto.

Il piccolo Eddie cresce, diviso tra l’amore per sua madre e la voglia di una libertà negata, tra il dolore per la sua condizione e il sottile piacere dell’essere succube e così diventa adulto. Un adulto che vede suo padre spegnersi e la madre disperarsi. Un adulto che non tollera che il fratello li voglia abbandonare per farsi una vita con un’altra donna e che, per questo, lo uccide, con un colpo di fucile alla testa, mascherando l’omicidio con un incendio che appicca lui stesso.

Solo con sua madre, Edward si sente finalmente libero di amarla, in un modo sottomesso e ai limiti dell’incesto che gli dà sicurezza. Questo per alcuni anni, fin quando la signora Gein viene colpita da un secondo ictus che la porta via da Ed per sempre.

Dopo la morte della madre

Eddie è disperato, quel barlume di lucidità, che gli era data dalla sensazione di assoluta attenzione derivata dal suo morboso rapporto con la madre, sfuma, ribolle nell’aria come acido mefitico che si disperde e, infine, ricade su di lui, lo attanaglia, lo contamina. Ed perde quell’ultimo appiglio che gli resta per potersi definire ancora minimamente umano, ancora minimamente compreso.

Vittima di una coercizione d’amore, libero dalle catene, come un prigioniero rancoroso, Ed miete le sue vittime. Si comporta da criminale, certo. Gode di quello che fa, lo prende una sottile eccitazione nel vedere le donne che scuoia contorte nelle loro viscere. Eppure, sua madre è con lui. Quel rispetto, quel cordone che Ed non ha mai saputo tagliare è vivo come un archetipo della sua vita. Così la sua mente gioca, evolve a creare immagini e forme e la vede: sua madre che gli parla e sceglie per lui le vittime “giuste”, le donne da punire.

Questo fatto sarà cruciale per la sua condanna, perché alla fine Ed Gein verrà preso: scoperto il suo regno di morte, nel seminterrato della casa dove ancora abita, ormai tutto è rivelato. Suppellettili fatti d’ossa e pelle, carne umana cotta e offerta in dono ai vicini (proposta come carne di cervo… non fosse che Ed Gein non andava a caccia), corpi mutilati e sparsi in mille parti da usare come travestimenti, tombe profanate. Ed davvero non si è fatto mancare nulla. Si è ripreso tutta quella libertà che gli era stata negata nell’infanzia.

Le vittime del macellaio di Plainfield

Le vittime erano donne di mezza età, delle quali mutilava i corpi e li sezionava: la sua ossessione era quella di crearsi un “vestito” per travestirsi da donna con la pelle delle vittime. Fin dall’infanzia, era insicuro della sua mascolinità e mostrava un atteggiamento ambiguo; nell’adolescenza, immaginava di castrarsi da solo e, spesso, fantasticava di sottoporsi a un’operazione chirurgica per cambiare sesso. Non ebbe mai un rapporto sessuale normale, né relazioni sentimentali di alcun genere. Gein mostra di non avere nessuno schema di comportamento sessuale adeguato. È attirato dall’oggetto femminile, ma a livello istintivo, dato che, durante l’adolescenza, non ha potuto ricevere molti stimoli che gli permettessero di formare un’adeguata identità sessuale: era assolutamente incapace di stabilire una relazione con un oggetto vivente. Il suo legame con i cadaveri era completo. Gein amava disporre in tutta la casa i corpi mutilati, che si procurava tramite gli omicidi, oppure disseppellendoli dal cimitero. Era in grado di raggiungere l’orgasmo solo contemplando i resti delle donne morte e, oltre alla necrofilia, in lui era presente una componente feticista estremamente marcata, con l’utilizzo di tutte le parti del corpo femminile come feticci.

Il comportamento seriale

Ed Gein presenta un comportamento scoordinato e completamente staccato dalla realtà, caratteristica che si riscontra di frequente negli assassini seriali necrofili: il loro morboso attaccamento al mondo dei morti è una conseguenza diretta della loro incapacità di stabilire un contatto e delle relazioni con la realtà che li circonda. Il caso Gein è molto interessante da analizzare, in quanto mostra delle peculiarità tutte sue, rispetto alla maggior parte degli assassini seriali necrofili. Il suo feticismo, che è correlato alla necrofilia, non ha un punto di fissazione ben determinato (cioè, i piedi, i capelli, i seni ecc.): Gein “adora” il corpo femminile nella sua interezza, anche se, paradossalmente, il suo unico desiderio è quello di smembrarlo.

Molti serial killer, prima di sezionare il cadavere, vivono per alcuni giorni una specie di relazione amorosa con il cadavere stesso: lo lavano, lo mettono nel letto vicino a loro, lo accarezzano e si masturbano, a volte praticano anche il coito. Gein non fa niente di tutto questo, probabilmente perché il suo stare completamente solo all’interno della famiglia prima e il suo vivere del tutto isolato alla morte dei genitori e del fratello dopo, ha fatto in modo che non apprendesse nessun modello di comportamento relazionale, in generale, e sessuale, in particolare.

L’infanzia di un killer seriale

Non ha avuto i normali stimoli (soprattutto legati all’esplorazione del sesso) che ogni adolescente dovrebbe avere. Un’educazione opprimente e repressiva ai massimi livelli ha procurato il blocco di qualunque tipo di formazione sessuale e, una volta morti i genitori-guardiani, anche il controllore interno di Gein (il rigido Super-lo) va in pezzi e tutta la libido e le tensioni erotiche contenute e represse durante gli anni esplodono improvvisamente, senza che, però, possano essere canalizzate in forme normali di sfogo sessuale. Mancando i modelli di riferimento appropriati, queste energie vengono orientate nel campo delle perversioni, delle parafilie: nel caso specifico, il soggetto si orienta verso la necrofilia e il feticismo.

Per Gein, comunque, il cadavere, nella sua unità di corpo umano, rimane un oggetto che incute timore e la paura è troppo grande per essere sopportata. Il suo sviluppo è rimasto ancorato ad una fase precocissima, quella del bambino piccolo che affronta l’esplorazione del mondo circostante, partendo dai suoi elementi costitutivi più semplici, cioè i singoli oggetti che trova a portata di mano. Edward Gein si comporta esattamente allo stesso modo: scompone i cadaveri in tanti pezzi, come fossero dei giocattoli smontabili, e li seziona. Il bambino prova alcune delle sue prime eccitazioni sessuali con la manipolazione degli oggetti, proprio come Gein sperimenta il piacere, l’orgasmo, manipolando gli organi interni del cadavere. In questo caso, la regressione si spinge oltre il periodo infantile per arrivare alla vita prenatale: Gein apre i corpi delle donne, perché desidera tornare nel ventre materno, considerato come luogo di pace, privo di conflitti. Gein, e con lui molti altri assassini seriali necrofili, recupera la sensazione di calore benefico provato nel ventre materno, tramite il contatto con gli organi ancora caldi delle sue vittime. L’unico stimolo forte che ha ricevuto durante l’infanzia e l’adolescenza è venuto dalla madre, una donna autoritaria, con la quale una parte (inconscia) di lui si è identificata. Un’altra parte ha cercato di assumere il ruolo maschile che gli spettava per natura, ma il modello paterno – un uomo violento, abbrutito dall’alcool – non era il miglior esempio da seguire. Mancando di altri punti di riferimento, di altri modelli maschili da seguire e con i quali identificarsi, quello materno è rimasto il più forte: quando Gein usa la pelle di una donna per “vestirsi”, in realtà non fa altro che trasferire a livello cosciente un suo desiderio inconscio, cioè quello di diventare sua madre. Il problema di molti assassini seriali è proprio quello di non riuscire a risolvere il conflitto fondamentale fra la loro identità di genere, cioè come essi si percepiscono sessualmente, e il ruolo di genere, cioè come gli altri percepiscono il loro essere.

Nascosto agli occhi del mondo

Ed Gein era stato attento a nascondere tutto l’orrore che viveva in lui dietro l’aria confusa e goffa che lo contraddistingueva e, allo stesso modo, aveva fatto sì che le tracce di quegli orrori non conducessero mai a lui. Eppure, quella voce di sua madre nella testa, quella scissione, gli valsero una detenzione forzata in due diversi manicomi criminali, l’ultimo nel quale morì per arresto respiratorio. Ed fu considerato infermo di mente.

Dopotutto, quanta follia è necessaria per produrre l’orrore che lui ha prodotto? Quanta totale mancanza di cognizione, per mangiare da scodelle ricavate da ossa craniche? A qualunque persona sana di mente tutto questo pare come folle oltre ogni misura. Banalmente, il fatto di impiegare ore per sezionare, lavorare, bollire un corpo morto e ricavarne poi nuove forme è un processo così abietto, così lontano dal buon senso che non lo si può ritenere normale.

Ed Gein aveva trovato terreno fertile nella cittadina di Plainfield: un luogo piccolo, dove tutti lo conoscevano come il “tipo strano”, solitario e silenzioso. L’assenza di Ed non provocava allarme in nessuno e il suo peggioramento, dopo la morte di sua madre Augusta, non era stato notato come un’anomalia ma una naturale conseguenza del lutto. Era stato, invece, proprio quel tempo di solitudine estrema che aveva fatto crescere nella mente dell’assassino il desiderio omicida, sino alla messa in pratica.

Quando una donna, Mary Hogan, proprietaria di una taverna che fu sua vittima, scomparve, Ed Gein (ancora non sospettato di nulla) disse che si trovava proprio a casa sua, con lui, ma nessuno crebbe a quelle parole: l’uomo era considerato sì uno spostato ma dalla natura mite, che con il suo aspetto gracile non avrebbe potuto nuocere a nessuno. La comunità gli aveva affibbiato uno stereotipo per cui era stata capace di riconoscere in lui il male e proprio questo fatto, l’idea del male che si nasconde nelle piccole cose, in luoghi comuni, ha nutrito le fantasie di scrittori e registi (dal romanzo di Robert Bloch, “Psycho”, al celebre adattamento cinematografico di Alfred Hitchcock, con l’omonimo Psycho del 1960 e, ancora, The Texas Chainsaw Massacre del 1974, di Tobe Hooper), facendo entrare prepotentemente Ed Gein nell’immaginario collettivo come uno dei mostri della società, che di essa si nutre e da essa genera.

Un serial killer, come precedentemente chiarito, non nasce tale ma si trasforma per una serie di fattori che si intrecciano tra loro: l’infanzia infelice e di abusi subiti da Ed Gein non può da sola giustificare le sue azioni, ma è anche quel che è accaduto dopo, l’emarginazione sociale, la solitudine, il lutto che era incapace di gestire che lo hanno condotto all’azione.

Dal punto di vista dell’inquietudine legata alla figura del macellaio di Plainfield si può dire che essa sia accresciuta dall’idea che qualcosa del genere sarebbe potuto capitare a chiunque e che nessuno si sia reso conto di nulla fin quando le vittime sono aumentate di numero e Ed Gein, ridotto il periodo di cooling off, ha commesso errori e, dunque, è stato catturato. La normalizzazione del mostro omicida ha reso il pensiero delle persone permeabile, generando la paura non solo dell’ignoto ma anche di ciò che è conosciuto. Quando il serial killer si presenta sullo schermo o romanzato sulle pagine di un libro questo viene umanizzato, avvicinato, in un certo senso allo spettatore che viene condotto a un doppio messaggio: da un lato l’orrore, dall’altro il fatto che possa essere compiuto da chiunque.

All’immaginario collettivo che deriva dal racconto di certi fatti di cronaca, in realtà, si può attribuire il merito di lasciare un volto di quelle orribili azioni, perché se quello è concreto allora lo si può trovare, riconoscere e processare. Se il male è umano lo si può combattere e non solo esserne succubi. È così ampio il tema dell’omicidio seriale e va a toccare tante di quelle questioni di vita quotidiana che ogni spunto di riflessione può essere utile per comprendere meglio, per agire e forse, un giorno, di prevenire la violenza di questi crimini.